Nota storico-critica Sul confine instabile tra design e arti visive, Enrica Anastasia Marangio costruisce forme scultoree complesse, in cui materialità e tattilità prevalgono sulla funzione dell'oggetto.
La sua ricerca è viscerale e carnale, profondamente legata alle deformazioni inattese dei materiali sottoposti a processi di trasformazione che ne mutano radicalmente la natura. Estremamente tecnica e minuziosa nella ricerca di una specifica compiutezza, l'artista realizza oggetti di grande complessità, nei quali non conta solo la storia dell'oggetto – che ne definisce memoria e vita – ma anche la sua permeabilità e capacità di agire attraverso la funzione. Le sue opere possono essere considerate sia collectible design, per la loro unicità, sia ricerca scultorea, per la qualità della resa formale. All'interno dello spazio espositivo, le opere catturano lo spettatore e modificano la percezione dell'ambiente: intervengono in qualità di corpi viventi, la cui destinazione diventa metafora della vita stessa; si pongono come membrane che respirano o quali tracce della vitalità dello spazio che occupano.
I manufatti di Marangio ripensano costantemente i limiti delle categorie, dimostrando quanto la nostra concezione dell'oggetto funzionale possa elevarsi a un livello superiore, abbracciando una complessità visiva che trasforma la quotidianità in un'esperienza non più ordinaria.
In questo senso, gli oggetti diventano ibridi polisemantici in cui tangibile e intangibile, funzionale e concettuale, imperfezione e bellezza si combinano per configurare una nuova forma, precisa e mirata, di conoscenza. (Matteo Scabeni) |