Nota storico-critica Pietro Fachini costruisce una narratologia aperta della pittura all'interno della grande storia dell'arte, partendo dal dettaglio, dall'infimo considerato irrilevante. L'artista perpetua un uso spregiudicato e incostante della vanitas, intesa come pratica, simbolo e metafora. Fachini ha vissuto in diversi luoghi minori del mondo, da cui ha cercato di estrarre tutto ciò che poteva: rituali, immagini, oggetti, poi reimmessi nella rappresentazione pittorica. Le sue opere indagano una forma profondamente speculativa della natura dell'immagine, rendendo l'ordinario quasi esotico e insistendo sulla ritualità di una quotidianità distante, di cui l'individuo può solo essere spettatore. All'interno delle sue tele scorrono storie di persone e luoghi che si tramandano nelle pieghe del tempo, custodite nella natura imperturbabile del segno. Per Fachini, operare con la pittura non significa compiere una scelta diaristica, ma un gesto poetico e necessario, volto a superare la mera documentazione per lasciarsi guidare dalle tracce e dalle orme di individui lontani nel tempo e nello spazio. L'opera non è quindi testimonianza, piuttosto pura manifestazione plastica del pensiero, espressa attraverso una gestualità spontanea e organica, figlia della consapevolezza. Il ricorso a un figurativo iperspecifico nega, paradossalmente, la specificità dell'opera, permettendo allo spettatore di perdersi e di immergersi nella storia stessa della pittura. Fachini è chiaro: all'artista spetta scoprire il senso dell'immagine, del suo qui e ora, mentre allo spettatore il compito di immaginare e ricostruire il senso della realtà. (Matteo Scabeni) |