Nota storico-critica La pratica di Arianna Pace può essere sintetizzata come la ricerca di una grammatica del paesaggio. Profondamente analitica e osservatrice della mutevolezza di tutte le cose, l'artista agisce al pari di una scienziata: non si limita a descrivere ciò che osserva, ma ambisce a conferire alla natura stessa una certa completezza. Pace indaga una conoscenza perennemente instabile, mai oggettiva, deformata dall'iperspecificità di ciascun frammento dello spazio studiato. Le sue opere cercano di sanare il divario tra le dimensioni antropiche – e antropizzate – e quelle naturali attraverso innesti che trasformano radicalmente il luogo in cui si inseriscono. I suoi lavori mimano l'agire umano, che ha alterato la neutralità di questi spazi seguendo impulsi narcisistici e dominanti. Questi interventi si aprono come antri sull'archeologia del presente: talvolta ricercano una monumentalità effimera, altre volte si manifestano da dettagli microscopici, appena percettibili. L'artista amplia il vocabolario stesso della realtà, ridefinendo nuovi oggetti ineffabili e, in alcune situazioni, volutamente inconcludenti. In opere come R(accogli), è il passaggio dello spettatore a dare vita all'opera: cercarla, conoscerla, osservarla permette di sondare prospettive infinite, non solo sulla sua collocazione specifica, quanto anche sul senso stesso dell'esistenza. Un'esistenza intimamente legata al concetto di luogo: qualcosa che è, che è stato percorso e di cui si possono rintracciare le tracce di un possibile, tuttavia indeterminato, futuro. (Matteo Scabeni) |