Nota storico-critica La ricerca di Chiara Gasbarro si fonda su un gesto elementare e oggi controcorrente: l'attenzione. In un contesto dominato dalla velocità e dalla dispersione percettiva, il suo lavoro si colloca in una zona di resistenza silenziosa, dove lo sguardo abita i paesaggi e attraversa i luoghi. L'artista osserva lo spazio per intercettare le soglie minime, i margini impercettibili in cui la Storia smette di essere flusso e torna a farsi esperienza.
Il tempo, nella sua pratica, non coincide con la misura cronologica bensì con una dimensione intima e incarnata. Pittura di piccolo formato, fotografia, video, installazione rispondono a un'unica esigenza: restituire densità a ciò che scorre via troppo in fretta. Il corpo dell'artista diviene strumento di misura, unità sensibile attraverso cui lo spazio viene trasformato in esperienza estetica. Il paesaggio, in tutto ciò, è un interlocutore silenzioso che costruisce una temporalità altra, fondata sulla durata e non sul momento. Il frammento, invece, rimanda a un'apertura potenziale in quanto ogni elemento indagato, sebbene parziale, riesce a mantenere un senso interno di tensione in rapporto alla complessità del reale. Solo in questa sospensione può risuonare una concezione del tempo affine alla filosofia della durata: una stratificazione di istanti lontani dall'orizzontalità dell'esperienza.
Il progetto espositivo diffuso, impostato su una sequenza complessa di opere, attiva una geografia percettiva in quanto il viaggio stesso entra nella struttura del lavoro come meccanismo di sedimentazione. Le tappe individuate sono interruzioni, interstizi che trasformano lo spostamento in forma di comprensione affinché il territorio venga letto come tessuto relazionale. Il Molise si offre a questa ricerca come confine di familiarità e di affluenza, in cui la rarefazione dei contesti consente una percezione più acuta dei passaggi, delle presenze discrete e delle continuità silenziose che modellano il vivere quotidiano. (Tommaso Evangelista) |