Nota storico-critica La ricerca di Valentina Artone stabilisce un legame costante con i piani della scultura, producendo illusioni visive che si muovono tra le superfici e la materia di cui sono composti, mettendo in discussione la bidimensionalità dell'immagine pittorica e la sua relazione con i supporti. La pittura, in questo senso, sconfina e assume una presenza fisica che dialoga con l'oggetto che l'accoglie e con la storia del suo materiale. Interessata a indagare le distorsioni anatomiche generate dall'intelligenza artificiale, l'artista costruisce un museo ideale di elementi archeologici dal gusto magico e grottesco, seppur di raffinata sensibilità plastica, caratterizzati da alterazioni prospettiche e deformazioni fisiche che conferiscono un marcato senso di ambiguità ai dettagli attraverso cui vengono raccontati. Questi frammenti, isolati e selezionati, assumono il ruolo di reliquie fittizie che alimentano l'illusione di un passato realmente esistito, generandosi da una fascinazione dell'artista verso ciò che è storico e archeologico, con cui contempla la forza della semplicità delle forme primitive di evocare memorie collettive sospese tra realtà e immaginazione.
Ad accentuare l'interessamento verso la storia dell'oggetto sono i supporti mai tradizionali adottati per dipingere, provenienti da objects trouvés innestati tra loro e selezionati attentamente per il valore simbolico.
L'oggetto assume infatti un ruolo paradigmatico nell'economia del dipinto, diventando attivatore del processo creativo e producendo nel confronto diretto con l'immagine dipinta una dimensione perturbante. In questo contesto, pittorico e scultoreo si influenzano reciprocamente inscenando una memoria intrecciata a differenti linee temporali. (Mario Bronzino) |