Nota storico-critica Alla base della poetica di Rachele Frison si trovano leggende, fiabe e miniature medievali. Trasfigurazioni fantastiche di una realtà che ha perso la capacità di immaginare: questi riferimenti sono imprescindibili per avvicinarsi all'iconografia dell'artista, che assorbe ed effettua continue scorribande tra mondi eterogenei per costruire raffigurazioni intime ed esistenziali.
Nelle sue opere, paesaggi notturni e crepuscolari si fanno soglie verso una dimensione nascosta di un reale troppo reale per essere completamente comprensibile.
Frison elabora una pittura esoterica, popolata da sottofondi mistici che si trasformano in alchimie a partire dal disegno, linguaggio completamente autonomo per l'artista. La sua pratica trasforma il colore, materia informe, in scene illuminate dalla luce iridescente e oscura della luna, spesso rappresentata come sfere di luce fioca che circoscrivono una porzione dello spazio della tela, abbandonando il resto a una penombra misteriosa. È una visione poetica di un mondo nel quale tempo e spazio sono sospesi, dove non vive l'urgenza dell'attualità ma la necessità di perdersi nei meandri di storie fantastiche – e di cui la quotidianità diventa metafora.
Le tele mostrano l'esito di baccanali in cui stimoli visivi e concettuali attanagliano i sensi; luoghi mitologici dove si manifestano la delicatezza di personaggi e atmosfere fiabesche, dal sottofondo simbolico ed escatologico chiaro ed evidente.
Frison ci accompagna nella culla della strega, quel luogo ove tutto si trasforma mentre emerge la consapevolezza circa le risposte alle domande misteriose del destino: chi sono? Da dove provengo? Dove me ne andrò? (Matteo Scabeni) |