Nota storico-critica Nicola Ghirardelli esplora una forma di archeologia del presente, intesa – in Michel Foucault – come le “condizioni di possibilità del futuro”. L'artista richiama, dichiaratamente, l'Angelus Novus di Paul Klee, narrato da Walter Benjamin: l'angelo della storia il cui corpo è proteso verso il futuro, mentre lo sguardo resta inevitabilmente legato a un passato di spoglie e rovine. Ed è proprio da quelle rovine, in cui germinano i semi del futuro, che l'artista comasco prende le mosse.
Ghirardelli indaga nuove strutture, spesso interi ecosistemi, dove riunire ibridi naturali e artificiali per lasciare i semi di un futuro radicalmente popolato da entità difformi e ancora sconosciute. Le sue opere sono unioni meccaniche, eppure spesso impercettibili, tra ciò che è naturale e ciò che è artificiale: alchimie che si basano su procedimenti antichi risvegliati da un sonno profondo.
Di frequente site-specific, i suoi interventi sono essi stessi ibridi concettuali, in cui convergono stimoli differenti e molte volte eterogenei: ferro, terracotta e gesso si associano a legno e a elementi organici che nascono come parassiti di esseri inorganici o vengono trapiantati in un nuovo ambiente.
Se, a prima vista, lo spazio dell'opera può sembrare inospitale, queste entità si rivelano non solo terreno da vivere, ma anche embrioni che crescono, si modificano e trasformano lo spazio stesso che occupano. La ricerca di Ghirardelli si colloca così in quel frangente della riflessione postumanista e transdisciplinare di cui l'artista riattualizza, ricolloca e ridefinisce costantemente confini e possibili evoluzioni. (Matteo Scabeni) |