Nota storico-critica Le opere di Martina Cinotti manipolano esplicitamente la percezione dello spettatore. Allo stesso tempo, l'artista riesce a definire una prospettiva intima sull'universalità dell'iconografia contemporanea. Mediante immagini rarefatte, a tratti visibili o invisibili, le sue rappresentazioni di corpi e volti nascosti e misteriosi – di cui non è chiara alcuna identificazione o collocazione temporale e spaziale – mescolano forme di memoria e sovrastrutture poetico-filosofiche. Cinotti definisce lo sguardo del tempo che, per lo spettatore, appare socialmente e culturalmente connotato dalle proprie personali perversioni visive. La sua è una riflessione pura sull'identità e sulla sua mutevolezza, sull'ibridazione tra corpi vivi, pensiero e lo spazio circostante. Si configura così un nuovo panismo complesso, una forma di totalità incostante tra ambiente e sguardo, in cui la parzialità – la parzialità stessa dell'immagine – diventa una chiave di lettura oltremodo necessaria. Soprattutto, appare fondamentale per riuscire a comprendere le pieghe di una verità – la verità delle immagini – che è inevitabilmente percorsa da molteplici e difformi distorsioni. Elementi floreali o naturali, innaturali e imprecisi, si radicano nella tela come filtri, sottraendo alla vista le caratteristiche dei soggetti ritratti.
Lo stratagemma è semplice ed efficace: permette allo spettatore di identificarsi con l'opera, di essere-nell'opera ed esistere-fuori dall'opera stessa. Interno ed esterno si confondono nella rappresentazione, mimando perfettamente la complessità visiva di una realtà mai del tutto chiara, accogliendone il mistero. (Matteo Scabeni) |