Nota storico-critica Per Martina Taddeucci, l'atto del cucire si trasforma in un potente e personale meccanismo di unione tra forme della realtà più o meno eterogenee. Legare insieme strati di tessuto – inizialmente semplici supporti, poi veri e propri media – significa riunire fisicamente gli infiniti strati della memoria e della loro identità.
Basandosi su immagini d'archivio, ritagli e su una lunga tradizione familiare legata alla sartoria, l'artista utilizza il tessuto come strumento capace di replicare i meccanismi della memoria, che derivano dall'analisi della natura emotiva del ricordo e della sua intrinseca finzione. Poiché il ricordo si adatta allo stato d'animo del momento in cui è vissuto e si deforma secondo la sensibilità di chi lo rievoca, Taddeucci cerca di ricostruire una forma di verità: non oggettiva quanto conoscitiva. Gli accostamenti spontanei dei tessuti, pur arbitrari, definiscono un “intorno” entro cui contenere l'oggettività ipotetica del ricordo. In questo senso, le fotografie di un archivio sia personale che universale certificano una presenza storica, mentre l'uso del tessuto e la sua manipolazione determinano una prospettiva intima ed emotiva. In Cullami una volta ancora (2025), questo legame si manifesta tra un retaggio antico – eppure sorprendentemente presente – e la dolcezza di una scena domestica.
Molteplici punti di vista si susseguono sulla superficie, manifestando una vaga malinconia: come se l'atto principale del pensiero fosse la speranza, impossibile e incerta, di rivivere la bellezza di un momento ormai perso tra le pieghe del tempo: “raccontami una storia, per non sognare sola”. (Matteo Scabeni) |