Nota storico-critica La produzione di Erika Godino si concentra sul senso di vuoto e sulle conseguenze che lo riguardano, non inteso come assenza neutra e insignificante, bensì in quanto atmosfera di valore che ogni individuo può ritrovare in se stesso. Si tratta di un vuoto caotico, dovuto alla mancanza di qualcosa da riordinare e, quindi, all'impossibilità di un equilibrio emotivo e psicologico. La pittura diventa così spazio di confronto con questa instabilità, un luogo in cui le tensioni interiori trovano una forma visibile, sovente rileggendo ciò che appare e scompare davanti ai nostri occhi, come il fumo o i fasci di luce che si inseriscono tra piccoli vuoti apparenti del paesaggio.
Da questo presupposto la tela è concepita come spazio cinematografico, in cui un ideale senso di movimento, carico concettualmente di stati d'animo, produce immagini che intendono attirare a sé, invitando l'osservatore ad addentrarsi nei vuoti e a intraprendere un viaggio percettivo che lo riguarda. Chi osserva è così chiamato a riconoscersi nelle atmosfere di vuoto, a ritrovare frammenti di sé in un luogo che resta volutamente indefinito. Attraverso la pittura, Godino traduce ambienti e influenze esercitate sull'Uomo, facendo dei fumi e delle campiture di colore i dispositivi pittorici che raccontano stati interiori mutevoli, delineando visivamente un senso di impermanenza e di sospensione.
Indagando l'equilibrio tra pieni e vuoti, lavorando su superfici anonime e leggere che non impongono una narrazione, Godino definisce luoghi di proiezione e di ascolto, dove il vuoto diventa condizione necessaria per accedere a riflessioni intime. (Mario Bronzino) |