Nota storico-critica La ricerca di Guglielmo Maggini ha luogo al confine tra installazione e scultura. La sua è un'arte in transito da un mondo a un altro: il mondo dei colori, a volte esuberanti, il mondo delle epifanie, di forme che non contengono più qualcosa, ma che si fanno portatrici esse stesse di ciò che è stato dimenticato. Materiali plastici organici come l'argilla e quelli sintetici come le gomme, le resine e più in generale il mondo dei polimeri plastici, si con-fondono in una ricerca sensibile sul rapporto tra la vita e la morte attraverso un viaggio tra memoria storica e personale.
Emergendo come un reperto di un'archeologia inattesa, Stele dei Cocci riassembla frammenti – cocci ceramici, forme di vasi e tracce di detriti antichi – tenuti insieme dal respiro traslucido della resina. L'opera trae origine dal Monte dei Cocci di Roma, dove per secoli anfore dismesse si sono accumulate fino a diventare una collina e dove la natura, nel tempo, ha silenziosamente ripreso ciò che la mano umana aveva abbandonato. Qui, quei frammenti trovano una nuova verticalità. Non ricostruiscono ciò che è stato, ma si fanno proposta di ciò che può emergere da una materia in perpetua trasformazione.
Protrusioni organiche e aperture simili a petali affiorano dalla colonna, evocando processi di crescita, erosione e il ciclo incessante del divenire naturale. Resina e ceramica smaltata – materiali sintetici e geologici, industriali e ancestrali – si fondono e si confondono, generando un organismo ibrido che sfugge a ogni classificazione univoca. |