Nota storico-critica La pratica di Martina Zanin prende avvio da una storia personale segnata da relazioni familiari complesse, che l'artista rielabora come spazio di confronto e di comprensione. Il lavoro nasce dal tentativo di attraversare dinamiche mai risolte, mettendosi idealmente in dialogo con le figure genitoriali e interrogando le forme ambigue con cui si esercita l'autorità all'interno dei legami affettivi. Da questa origine intima, la ricerca si espande verso una riflessione più ampia su ciò che viene trasmesso, emulato e interiorizzato, e su quanto il confine tra cura e dominio rimanga costantemente instabile.
Il percorso di Zanin affonda le sue radici nella fotografia, per poi spingersi progressivamente oltre il piano della visione, nella scrittura, nell'azione e nella materia. Le sue immagini sono costruite alla stregua di atti in movimento, dettagli ravvicinati, parti di corpi e gesti sospesi che richiedono una lettura attenta, quasi difensiva. La relazione con il mondo naturale, radicata nell'infanzia, percorre il lavoro come luogo di osservazione e proiezione. L'artista guarda a una dimensione segnata da equilibri instabili, interessata alle logiche di forza e dipendenza che regolano i rapporti tra specie.
Nei lavori più recenti, materiali specifici assumono una funzione simbolica nel restituire la contraddizione tra protezione e controllo. Ne emerge una ricerca che trasforma la fragilità in una forma di attenzione, aprendo allo spettatore un campo di ascolto in cui riconoscere dinamiche condivise. (Simone Ceschin) |