Nota storico-critica I paesaggi di Chiara Fantaccione esplorano luoghi ancora più complessi di quelli che rappresentano. Attraverso l'immagine fotografica, l'artista simula il bisogno narcisistico dello spettatore di identificarsi con un luogo indeterminato, arricchendolo di un carico emotivo che il luogo stesso, in realtà, non possiede. La sua è una forma evolutiva dell'immagine: nega la creazione di mondi intimi per affermarsi come pura costruzione visiva. Sul confine perenne tra antropico, antropizzato e naturale, Fantaccione introduce forme e rappresentazioni sospese tra l'organico e l'inorganico. In un continuo scambio di tensioni, i cui equilibri sono tanto liquidi da diventare instabili e imprevedibili, l'artista indaga l'individualità per sviscerarne l'intima insicurezza. Il luogo diviene così uno spazio fisico e concettuale in cui cercare pace dal pericolo insito nell'esistenza: Fantaccione smaschera la finzione dell'istinto di sopravvivenza umano e abolisce l'emotività in favore di un'oggettività che consente di riflettere sull'immagine in sé. La natura dell'immagine è priva di condizionamenti, che emergono solo quando la sua struttura viene alterata da influenze soggettive.
Per comprendere l'universo complesso e ricco di possibilità che l'artista propone, lo spettatore deve neutralizzarsi, privarsi di sé, per accogliere ciò che sta realmente osservando: un paesaggio metaforico, costruito con elementi freddi, in cui la presenza di chi guarda condiziona mutazioni radicali o sottili, talvolta impercettibili, della realtà che abita. (Matteo Scabeni) |