Nota storico-critica Impegnata a svelare le relazioni che appartengono ai piani invisibili dello spazio, la pratica di Martina Biolo si sviluppa da un'attenzione lenta e consapevole verso i luoghi, non intesi come contenitori, ma come sistemi complessi di tensioni, soglie e stratificazioni. Il confronto diretto con lo spazio, spesso accompagnato dalle testimonianze radicate delle comunità che lo abitano, assume un ruolo fondamentale all'interno del processo di lavoro di Biolo, in quanto permette all'artista di acquisirne i valori relazionali ed esistenziali e di comprendere i rapporti di relazione tra reale e impercettibile. La scultura e l'installazione – principali metodologie espressive nel sistema di indagine dell'artista – diventano dispositivi con cui codificare e sovvertire i differenti livelli di dualità, dal rapporto tra interno ed esterno a quello tra positivo e negativo, interrogati attraverso oggetti reali successivamente riprodotti in ceramica, terracotta e lattice, e con cui Biolo rigenera luoghi asettici e sospesi, percorsi da una palpabile fragilità onirica che ne custodisce l'humus poetico e sacrale. L'oggetto, sottratto alla funzione originaria, diventa così una modalità con cui raccogliere e conservare le dinamiche del presente, costruendo un archivio aperto fatto di imballaggi e depositi temporanei.
In tal senso, l'atto del custodire assume valore romantico e riflessivo, articolandosi in una drammaturgia dell'oggetto che riflette sul suo possesso, sulla sua vita e sul suo abbandono, interrompendo il tempo nell'istante in cui la relazione tra l'Uomo e le cose si rivela nella sua massima intensità. (Mario Bronzino) |