Nota storico-critica Per diverso tempo la scultura di Giuseppe Lo Cascio si è basata su un'ostinata figurazione, che progressivamente si è diretta verso un'essenzialità con cui riflettere sulle forme indispensabili dell'oggetto. Trasformazioni minime e costanti infatti hanno prodotto cambiamenti radicali nella scultura dell'artista, portando a ragionare su oggetti la cui essenza fosse simultaneamente di contenuto e contenitore, lasciando solo la memoria della cosa rappresentata e dichiarandone una disfunzione oggettuale. È da questi presupposti che la ricerca di Lo Cascio si concentra sul rintracciare nell'inutilità l'essenza più autentica dell'oggetto, attraverso una scultura che si fa coordinata critica sul concetto di opera e che si interroga sulle modalità della sua manifestazione. La forma, l'estetica e lo stile diventano pretesti per produrre oggetti depotenziati, tolti del loro ruolo originario e restituiti all'ambiguità. Nel contesto di disorientamento funzionale applicato dall'artista, gioca un ruolo fondamentale il dubbio che l'opera stessa può generare nei confronti del suo utilizzo. Si coglie spesso ironia, drammaticità e poeticità provenienti da quegli spazi volutamente irrisolti dell'oggetto, dai conflitti tra la forma e il nome dell'opera, dal modo in cui la scultura si relaziona con lo spazio e ne esamina le logiche di percezione.
Evidente, nel lavoro di Lo Cascio, è l'interessamento umano verso statuti dell'esistenza, quali la memoria e la ricerca di un luogo del mondo, indagati attraverso una scultura apparentemente fredda, distaccata dal piano umano, che però ha in sé il senso aperto dell'incertezza e dell'identità, facendo dell'oggetto un'opera e viceversa, al fine di produrre spazi di interrogazione a cui non necessariamente servono risposte esaustive. (Mario Bronzino) |