Nota storico-critica Una costante stratificazione fisica e culturale attraversa le immagini di Federica Belli. Le sue opere, profondamente connesse allo scenario di ipertrofia visiva e narcisistica della società contemporanea, valicano ritualità ancestrali e diventano culla e dimora di una riflessione sulla mutevolezza dell'identità e sulla sua fragilità. Il mezzo di Belli è liquido e permeabile, privo di vincoli formali rigidi. La sua è una riflessione analitica che rappresenta un modo di stare-al-mondo, perennemente in bilico tra bellezza e sofferenza – entrambe profondamente indicibili. Osservando le sue opere, lo spettatore attraversa la conformazione dello sguardo nella più recente storia dell'arte contemporanea, da cui l'artista preleva tematiche che appaiono, oggi, così pregnanti come il male gaze, il trasformismo di maestri come Cindy Sherman e l'anarchismo compositivo tipico di Wolfgang Tillmans.
È nella necessità di essere liberi che emerge l'urgenza stessa della pratica dell'artista: una libertà intima, personale, che diventa principio guida di ogni immagine. Le opere di Belli si dispiegano alla stregua di vertiginose distese di oceani fluidi e impalpabili, in cui l'infinito poetico permette sia di perdersi sia di trovare una quieta e rigorosa osservanza dei princìpi di un luogo che si manifesta in quanto oasi di pace profonda e perennemente instabile. (Matteo Scabeni) |