Nota storico-critica L'indagine artistica di Erika Verlato si concentra sulla capacità della pittura di rinnovare lo sguardo, sospendendo ogni automatismo percettivo. Gli oggetti, tratti inizialmente da fotografie, vengono tradotti sulla tela come presenze isolate e percorse da continue oscillazioni di luci, ombre e cromie che ne mettono in crisi l'identità più immediata. I suoi lavori aprono a un'instabilità visiva dove le forme si offrono alla stregua di campi mutevoli. La reiterazione dei soggetti non risponde a un intento descrittivo, bensì alla volontà di indagare la loro instabilità interna, affinché ciò che crediamo familiare riveli sempre ulteriori sfumature. La pittura agisce da dispositivo di attenzione capace di far affiorare strati percettivi che nella quotidianità restano inavvertiti. In questo processo, il colore guida la composizione e permette all'oggetto di palesarsi da prospettive diverse. Ne derivano opere in cui lo sguardo si confronta con il flusso e la memoria, mentre trattiene un istante che, al contempo, ne evoca la trasformazione. In questa tensione tra riconoscibilità e perdita, l'immagine si sottrae a una lettura univoca e si apre a una dimensione contemplativa. All'interno di questo processo, la pittura di Erika Verlato si configura in quanto atto di rivelazione, nell'emersione di una complessità cognitiva che mette in discussione le consuete modalità percettive. (Simone Ceschin) |