Nota storico-critica La ricerca di Giacomo Domenicucci nasce da una condizione di sovrastimolazione e di ascolto profondo, da esperienza vissuta che si deposita nel corpo prima ancora che nel pensiero. La sua pittura prende forma in quanto necessità: non per costruzione, ma come consistenza a ciò che non trova parola. In questo processo, il mare agisce in qualità di matrice originaria: non è mai un'immagine da contemplare. È presenza attiva legata a un vissuto infantile, che ha inciso in profondità e continua ad agire nel tempo. Il mare è il primo luogo di confronto con la perdita di controllo, con una profondità che non può essere misurata né dominata. La pittura diventa tempo sottratto alla velocità del quotidiano che sedimenta, accumula, consente alla memoria di depositarsi senza forzature. Il gesto incide, graffia, diluisce, sposta la materia. La stratificazione non è solo fisica, bensì mentale e il quadro si costruisce alla maniera di uno scavo in cui ogni livello conserva traccia di ciò che è stato. La storia dell'arte agisce da intermediario tra simboli e una dimensione metafisica che convive nella pittura. L'opera di Domenicucci è confronto tra ciò che è stato e ciò che continua a mutare. Mentre la pittura come gesto diventa un atto di presenza: un modo di stare nel mondo senza rimuoverne le fratture. (Simone Marsibilio) |