Nota storico-critica La poetica di Nicole Colombo può essere sintetizzata come una cronaca di decine di migliaia di anni: l'ancestrale. Senza limiti nel tempo, le sue opere attraversano spazi infiniti per collocarsi tra i confini, pur limitati, dell'opera stessa. I lavori eseguiti rappresentano esiti di un retaggio atavico, in cui l'ingerenza del tempo è marginale, tuttavia manifesta, esplicita, nella metamorfosi delle cose.
La ricerca di Colombo appare tanto effimera quanto perturbante, al pari di rituali di un mondo e di una terra sconosciuti e minacciosi. Equilibrate in un impossibile rapporto tra vita e morte, le sue opere ripercorrono narrazioni antropologiche, filosofiche ed estetiche, pur centrando l'attenzione sulla natura effimera e personale dell'individuo. Ne nascono figure antropomorfe composte da elementi che rimandano all'essere umano stesso, senza confini tra interno ed esterno: passioni, paure, traumi, gioie, emotività e intimità convivono con capelli, sigarette, lattice, catene, vetro, pelle e alluminio.
Tutto si intreccia in un vasto filone di pratiche che dialogano con le emergenze dell'oggi senza esserne imprigionate. Le mitologie di Colombo richiamano chiaramente Mike Kelley, i fratelli Chapman, Cindy Sherman, Monica Bonvicini, Roberto Cuoghi, Marcel Duchamp, Kurt Schwitters e i Nouveaux Réalistes, ma anche l'estetica transfemminista e transumanista.
Il suo lavoro testimonia scorribande costanti nei linguaggi e nelle forme, generando una tensione vivida tra osservatore ed esistenza. Se anche noi cerchiamo di dare un senso a ciò che ci circonda, diventa evidente quanto sia necessario comprendere la grandezza, la fragilità e la complessità dell'essere, al pari delle tensioni che ci oltrepassano, per riuscire a osservarle e riconoscerle. Il rituale di Colombo si rivela, in questo senso, come la forma più attuale e necessaria di catarsi. (Matteo Scabeni) |