Nota storico-critica Esplicitamente interessato alle potenzialità del linguaggio pittorico, Gabriele Ermini fonda il proprio approccio cromatico su un uso distintivo del blu, pretesto risolutivo delle complessità di significato prodotte dalle palette, dimostrando un'attenzione critica sul fare stesso della pittura e lavorando sulle possibilità interne del medium.
A determinare il suo immaginario pittorico è la sincera folgorazione nei confronti dell'arte etrusca e verso la riconosciuta essenzialità delle sue raffigurazioni, a cui l'artista attribuisce un'aerosità e un senso di lievitazione che alludono a riprodurre idealmente un mondo conservato all'interno delle teche museali per reperti archeologici. Questo archivio visivo sviluppa la costruzione di scenari sospesi, privi di narrazioni esplicite e apparenti costrutti simbolici. Dalle superfici emerge una pittura che evita le logiche dell'illustrazione sfruttando significativamente la sovrapposizione di elementi per generare contrasti tra primi piani e profondità.
Costante è l'allusione a spazi mai descritti, prodotti dall'amalgama di livelli con cui l'artista esegue immagini instabili e ambigue, che richiedono uno sguardo lento. Per Ermini, la pittura è strumento di contemplazione che richiede tempi di fruizione e di creazione pressoché analoghi: intento perseguito con scene volutamente indeterminate, che non si esauriscono in visioni immediate.
Muovendosi pittoricamente come un tombarolo, egli ricerca ossessivamente, mosso da un richiamo magico verso ritrovamenti archeologici che, con sensibilità e gentilezza, mettono in discussione una propaganda storica sulla perfezione dell'uomo etrusco. (Mario Bronzino) |