Nota storico-critica La pratica di Maria Giovanna Abbate parte da una riflessione sugli iperoggetti, entità teorizzate come fenomeni così vasti, complessi e distribuiti nel tempo e nello spazio da non essere percepiti o compresi totalmente dall'Uomo, diventando per l'artista strumenti concettuali per interrogare le complessità del tempo contemporaneo. All'interno di questo quadro teorico, la pratica relazionale e partecipata assume un ruolo centrale come modalità di indagine e osservazione.
La progettazione di azioni apparentemente inutili e dense di valore simbolico, che Abbate costruisce tramite regie condivise tra artisti, performer e pubblico per generare situazioni di incontro, è fondamentale per la costruzione di narrazioni plurali sulla contemporaneità. Tali gesti, inizialmente concepiti come pretesti, diventano metodi di lavoro con cui interrogare il territorio e comprenderne le evoluzioni sociali.
Ricorrente è il rapporto con l'acqua e il fiume, intesi come presenze vive e politiche, in grado di raccontare dinamiche ambientali, storiche e comunitarie, affiancate a sculture che funzionano da strumenti performativi per azioni che mirano a coinvolgere piccole comunità locali, manifestando l'opera nei processi di condivisione.
Ogni lavoro nasce da incontri, momenti laboratoriali e relazioni locali, lasciando che l'opera sia residuo di queste pratiche, traccia materiale di esperienze collettive con cui indaga forme di resistenza e di fragilità che abitano luoghi marginali. Così, le dimensioni sociali e politiche, in quanto spazi di svelamento delle contraddizioni del presente, configurano dispositivi aperti che attivano consapevolezza e relazioni, evitando di offrire risposte chiuse e definitive. (Mario Bronzino) |