Nota storico-critica Strumento di indagine e di scoperta di un territorio abitato da tracce e segni di avvenuti passaggi, la fotografia di Matteo Giardiello si pone con atteggiamento scientifico-investigativo, alla ricerca di immagini che facciano da prova a qualcosa che l'artista non conosce e che pare rivelarsi progressivamente tra una serie fotografica e un'altra.
Frequente, come cifra linguistica della fotografia di Giardiello, è il ricorso al flash, che accentua la dimensione dell'indagine e che, conseguentemente, permette ai dettagli nascosti nella notte di emergere dal buio, generando un senso costante di sospensione e tensione. Infatti la luce artificiale, che interrompe l'oscurità, isola frammenti di realtà, rendendoli temporaneamente accessibili, ma suggerendo la loro imminente possibile scomparsa.
Per Giardiello, la fotografia diventa così uno strumento in grado di aiutare a comprendere quello che accade negli spazi, anche quando tali accadimenti non sono immediatamente visibili o decifrabili. L'artista lascia che il senso del lavoro si manifesti soltanto attraverso l'accumulo di materiale fotografico che evidenzia relazioni tra territori non dichiarati e legami con abitazioni circostanti, di cui restano solo alcune tracce accennate del passaggio dell'Uomo.
In tal senso, Giardiello produce una forma di disorientamento, come si trovasse sempre in cerca di una rotta, nonostante la fotografia, mai casuale, abbia un tempo specificatamente riservato. Ogni scatto è realizzato metodologicamente lasciando scaturire un senso di controllo tra gli accostamenti, talvolta alludendo a circostanze artificiali che complicano volontariamente l'accesso al reale. (Mario Bronzino) |