Nota storico-critica La ricerca di Luca Campestri si sviluppa in uno spazio liminale, in cui le immagini si manifestano al pari di tracce instabili, segnate da una temporalità irrisolta tra passato e possibilità future. Il suo lavoro si concentra su ciò che permane ai margini dell'esperienza, su fenomeni che non si offrono mai come eventi conclusivi ma in quanto effetti che precedono o seguono un'azione. Le opere abitano prevalentemente una dimensione notturna e rarefatta, in cui elementi animali e vegetali emergono quali frammenti di un ecosistema intimo, attivando una sensazione di instabilità percettiva. In questo contesto, l'immagine non si presenta in una forma compiuta, piuttosto in forma di residuo di una memoria in progressiva dissoluzione.
L'artista lavora sulla fragilità del vedere, mettendo in crisi l'idea di fotografia-documento, per trasformarla in un dispositivo sensibile, capace di reagire al tempo, alla luce e allo spazio. Le superfici su cui Campestri interviene non sono mai neutre, bensì supporti attivi che amplificano l'instabilità delle immagini, rivelandole solo in determinate condizioni, e in relazione all'ambiente che le accoglie. La sua pratica si nutre di un archivio personale costruito nel tempo, composto da fotografie raccolte in luoghi carichi di risonanze affettive, spesso legate a presenze animali colte in momenti estremamente fugaci, in un rapporto ambiguo tra osservatore e osservato.
Grande attenzione è riservata alla dimensione installativa e al dialogo con lo spazio, parte integrante dell'opera e campo in cui l'immagine continua a trasformarsi. (Simone Ceschin) |